Il bello di essere vittime

In Filosofia, Politica, Società

Sembra strano, ma a molte persone piace essere vittime. O meglio, esistono molte persone che, consciamente o inconsciamente, sono attratte dall’idea di potersi “considerare” vittime. Sia chiaro, non sto parlando di vere vittime (vittime della povertà, delle malattie, della violenza o dell’ignoranza), bensì di una fascia sempre più ampia di occidentali, generalmente giovani, di buona famiglia e altamente istruiti, che trovano conforto nel considerarsi tali. Le ragioni dietro a questo fenomeno, ampiamente diffuso, sono molteplici.

Innanzitutto, considerarsi vittime può dare grande sollievo. Già, perché se c’è una vittima, dev’esserci per forza un carnefice. Pertanto, all’aspirante vittima viene offerta su di un piatto d’argento la spiegazione e la soluzione di tutti i suoi problemi: se soffri, è perché sei sotto il giogo di un crudele carnefice. Di conseguenza, eliminalo e non avrai mai più problemi.

Non è difficile capire perché una simile mentalità sia pericolosa. Da sempre, essa ha fornito terreno fertile al potere dei tiranni: basta solo scegliere un piccolo gruppo di persone, disumanizzarle, dipingendole come mostri e carnefici, ed offrirle in pasto alla folla inferocita. Come ricompensa per aver smascherato i colpevoli, salvando così il popolo, la massa concederà carta bianca all’aspirante tiranno.

Proprio quello della massa è un altro aspetto chiave del fenomeno, uno dei maggiori benefici della mentalità della vittima. Avere un nemico comune (il malvagio carnefice colpevole di tutto) favorisce infatti l’unione fra le aspiranti vittime, che formano così un gruppo. Da quest’ultimo, esse ricevono sostegno, protezione e, soprattutto, la conferma delle proprie idee.

Questo genera un circolo vizioso, in cui le persone, per godere di tutti i vantaggi che l’appartenenza al gruppo può offrire, perdono sempre di più la propria individualità, fino ad identificarsi con il gruppo stesso. Il risultato di un simile processo di omologazione è la morte dell’individuo e del senso critico.

Ludwig von Mises, economista e grande pensatore liberale del Novecento, diceva che solo l’individuo pensa, solo l’individuo ragiona, solo l’individuo agisce. Le aspiranti vittime sono la prova che aveva ragione: perse nel gruppo, nella massa, esse non pensano, non ragionano e non agiscono.

Tutte queste cose, infatti, le fa per loro la massa, di cui sono solo cellule prive di personalità. Sfortunatamente, l’intelligenza complessiva della massa è di molto inferiore a quella dei singoli membri. In quanto all’agire, poi, la massa è solo in grado di distruggere. Basta guardare una manifestazione a caso di antifa, di SJW o di neonazisti: credete che da soli, quelle persone avrebbero il coraggio (o la stupidità) di fare e dire le stesse cose che fanno e dicono quando sono nel gruppo?

Abbiamo quindi vigliaccheria, rabbia e mancanza di individualità. Manca solo un’ultima componente della mentalità della vittima: il compiacimento nell’autocommiserazione. Questa è la differenza fondamentale fra le aspiranti vittime e le vere vittime: le prime non vogliono realmente cambiare la propria condizione, in quanto richiederebbe lavoro, soprattutto su sé stessi.

Al contrario, trovano conforto e piacere nell’autocommiserazione della propria condizione, ed incanalano qualsiasi moto di cambiamento nella rabbia verso un capro espiatorio. Una persona che aspira sopra ogni cosa all’indipendenza potrà anche essere una vittima, ma rigetterà sempre la mentalità della vittima.

All’inizio ho specificato di rivolgermi ai giovani occidentali come me, che in numero sempre maggiore sembrano cadere nella trappola di questa mentalità. Ciò non vuol dire ovviamente che i giovani del Primo Mondo se la stiano spassando. I problemi che minacciano il nostro futuro (disoccupazione, instabilità politica ed economica, crisi delle risorse naturali) esistono, e sarebbe stupido ed ingiusto dire il contrario.

Quello che voglio dire è che non siamo i primi e non saremo gli ultimi ad affrontare tempi difficili. Un secolo fa i nostri coetanei sono morti a milioni nella Grande Guerra, due secoli fa lo stesso per le guerre napoleoniche, e così via.

Se malgrado tutto questo sono riusciti ad andare avanti, ed a trovare soluzioni ai problemi dei loro tempi, è perché non sono caduti nella trappola. I problemi esistono, ma non è con la mentalità della vittima che si possono trovare le soluzioni. Anche perché, in fin dei conti, non c’è niente di bello nell’essere vittime.

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