NO all’assistenzialismo

In Società

Italiani o stranieri. Solo italiani o solo stranieri? Questo è l’attuale dibattito sull’assistenzialismo in Italia. Ormai non ci sono più dubbi, in Italia è tornato il culto per l’assistenzialismo statale nei confronti delle persone. Non si respirava quest’aria, nel nostro Paese, almeno dai tempi dei governi anni sessanta. In quel tempo, stavamo vivendo la fase di post-boom economico, periodo in cui i governanti ritenevano che l’Italia fosse diventato un paese più ricco, ma con un problema. Secondo loro, questa ricchezza era mal distribuita e pertanto occorreva una mano, la mano dello Stato, per ordinare questa ricchezza.

Dagli anni sessanta ad oggi, l’Italia è diventata un modello – negativo a mio parere – per gli studiosi di welfare. Un modello che ho già avuto modo di spiegare in un altro articolo (clicca qui per la lettura). Il presupposto di questo modello è che la povertà sia una sorta di sentenza, se nasci povero morirai povero. Pertanto, occorre uno Stato che si prenda cura di queste persone povere, per mantenerle e far raggiungere loro un certo livello di benessere.

Le assunzioni nella Pubblica Amministrazione avevano per l’appunto lo scopo di mettere in una condizione di sicurezza permanente quelle persone nate povere. Modello tuttora presente se penso che nel mio comune di origine, in provincia di Cagliari, ci sono le assunzioni basate sul reddito. Se ho un reddito basso e sono ignorante, ho più speranze di essere assunto di te che hai un reddito leggermente più alto e hai un curriculum migliore.

Ebbene, io ritengo che sia arrivato il momento di dire con forza “NO ASSISTENZIALISMO”. Negli anni sessanta era necessario ordinare la ricchezza. Oggi, i pro-assistenzialisti ritengono che lo Stato debba salvare le persone dai cattivoni o da qualche multinazionale. Negli ultimi anni, siamo stati abituati a misure come “80 euro Renzi”, “Reddito di Inclusione” (che potrebbe tramutarsi nel folle Reddito di Cittadinanza), per poi fare un salto indietro con “Assegno Familiare”, “Cassa di Integrazione” e Vitalizi vari.

L’assistenzialismo, unitamente alle pensioni, è uno dei principali motivi dell’altissimo livello di Spesa Pubblica, uno dei principali motivi dei deficit degli ultimi 40 anni, uno dei principali motivi del livello del debito pubblico. Ma nonostante tutto, i governanti sognano di sforare il 3%, imposto dall’Unione Europea. Questo perché ritengono che sforare il tetto per l’assistenzialismo sia un’operazione che avrà dei risultati  positivi.

Ma andiamo per ordine. Io sono favorevole ad uno Stato Minimo che, oltre al suo compito principale di garantire la sicurezza, la giustizia ed il rispetto delle regole, si impegni per la tutela dei più poveri. Ma tutelare non vuol dire assistenza per l’eternità.

Dobbiamo iniziare a fare una piccola ma decisiva distinzione, io sono favorevole all’investimento sociale e sono contrario all’assistenzialismo. Che differenza possiamo trovare tra i due? Se l’assistenzialismo prevede un atteggiamento negativo e pessimista nei confronti della società, l’investimento sociale prevede un atteggiamento positivo e ottimista.

Io preferisco investire sui migliori talenti con difficoltà economiche, piuttosto che regalare 780€ a vita a delle persone che “forse” nemmeno lo meritano.

Avere un atteggiamento positivo e ottimista nei confronti della società vuol dire considerare uno strumento di assistenzialismo un optional su cui ricorrere in rarissimi casi, poiché sono le regole del mercato che determinano l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Non l’attuale mercato del lavoro, attualmente nel caos per colpa di burocrazia e agevolazioni buttati “qua e là”.

Voglio un mercato del lavoro che sappia mettere al primo punto la produttività, le qualità e il valore nel medio e lungo termine del singolo lavoratore. L’assistenzialismo non può continuare ad essere la soluzione a tutti i nostri problemi. L’assistenzialismo non può essere la soluzione alle frustrazioni delle persone.

Il welfare state dovrebbe essere smantellato, a favore di altri modelli di welfare che sappiano tenere conto di altri valori umani. Valori come la meritocrazia, valori come la competizione, valore come l’investimento.

A tal proposito, sto preparando un articolo che parlerà dei punti chiave che dovrebbe contenere un manifesto di welfare liberista liberale. Un manifesto che sappia dimostrare perché i liberali hanno a cuore le difficoltà, ma vedono una soluzione differente rispetto ai piagnoni socialisti.

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