Lo stato fa male all’ambiente.

In Attualità, Energia e ambiente, Politica, Società

Siamo ormai abituati a scene grottesche: ragazzini scesi in piazza a parlare di argomenti estremamente delicati; dibattiti pubblici di una banalità e puerilità disarmanti; rappresentanti delle istituzioni che usufruiscono di una retorica a tratti patetica e tragicomica, nonostante ricoprano le cariche politiche più importanti.

 

Ma tutto ciò concretamente a cosa porta?

Quando l’opinione pubblica si prende carico di un argomento tende a banalizzarlo mostruosamente e a ricondurlo ad un dualismo ideologico: quelli che hanno la soluzione al problema e quelli che vi si oppongono perché ignoranti o hanno cattive intenzioni.

La discussione si trasforma immediatamente in intrattenimento mediatico, la logica finalistica diventa superflua, sono le emozioni a invadere prepotentemente il campo dell’argomentazione pragmatica.

Il caso mediatico del momento è indubbiamente il cambiamento climatico, tutti d’accordo: qualcuno deve fare qualcosa, e presto!

 

A cosa si auspica generalmente quando una protesta del genere prende piede?

All’intervento (diretto o indiretto) dello stato nella vita dei cittadini.

Il governo, facendo leva su questo tipo di iniziativa, punta ad invadere sfere di competenza che fino ad ora gli erano, almeno formalmente, estranee. Non c’è dunque da stupirsi se ogni attore politico mira ad una presenza e, possibilmente, ad una preponderanza nel dibattito pubblico su argomenti del genere: i “rappresentanti del popolo”, nella loro totalità, vogliono amplificare il proprio potere decisionale in merito; estendere la propria influenza in più ambiti possibili, e vogliono la fetta più grande sia di potere che di influenza, in modo da poter essere preponderanti sul panorama politico nazionale.

Una manifestazione di natura innegabilmente politica come può essere questa è dunque da considerarsi endogena al sistema politico stesso che la alimenta e, se gestita nel modo in cui lo stato desidera, potenzialmente liberticida.

 

Una visione troppo pessimista forse?

Lasciando il beneficio del dubbio alle nostre istituzioni coercitive e monopolistiche, ammesso e non concesso che i nostri decisori pubblici siano armati da buonissime intenzioni – così come i manifestanti genuinamente preoccupati per il futuro del pianeta – è plausibile che, attraverso la legge e la regolamentazione, sia possibile mitigare il problema del danno climatico sul medio-lungo termine?

Ovviamente no, le regole sono efficienti e sostenibili solo quando naturali e spontanee. Facciamo un esempio pratico: l’Ecotassa.

Una tassa del genere ha il fine, presunto, di ridurre le emissioni sul medio-lungo termine, disincentivando l’utilizzo di vetture inquinanti e di conseguenza incentivando le vetture più ecosostenibili.

Il discorso fila liscio se presentato in questi termini, ma agli atti pratici, quanto è realistico pensare che un cittadino non particolarmente abbiente (possessore di una macchina economica ma particolarmente inquinante) possa passare ad una vettura elettrica (ecotassa o no) orientativamente tre volte più costosa? Esatto, non molto!

Una misura del genere ha il solo risultato di peggiorare in modo più o meno sostanziale, la qualità della vita del consumatore, piuttosto che incentivarlo ad utilizzare un bene o servizio più sostenibile, che in ogni caso non può permettersi.

 

E quindi che si dovrebbe fare?

L’unica vera soluzione ad un problema sistemico come lo è quello ambientale è il progresso tecnologico: se la tecnologia che permette di usufruire di servizi più sostenibili si diffonderà: l’ambiente ne gioverà moltissimo.

Lo stato dovrebbe fare un passo indietro e smettere di tassare chi è interessato a produrre servizi ecosostenibili, permettendo un massiccio investimento – di natura privata – in ricerca e sviluppo di tecnologie green.

Chi ci garantisce che ciò possa funzionare? La natura stessa del libero scambio: i produttori investiranno in tecnologia green, per migliorare la propria competitività in un mercato che si prospetta molto redditizio.

 

Quindi la soluzione è meno stato?

Assolutamente sì. Se le aziende che si occupano di quella fetta di mercato, che si sta indubbiamente sviluppando molto in fretta, potessero scrollarsi di dosso il peso di uno stato così invadente, sarebbe plausibile pensare ad una maggiore diffusione e accessibilità di tecnologia green, il  che porterebbe ad un sostanziale miglioramento della situazione in un periodo di tempo relativamente breve.

Fino a vent’anni fa era impensabile poter acquistare un personal computer, un telefono ed un lettore musicale per un centinaio di dollari, cosa che è invece oggi normalissima: giacché tutti questi apparecchi possono coesistere in un singolo smartphone; o comunque essere economicamente accessibili anche singolarmente.

Un domani la macchina elettrica sarà la normalità, non è drogando il mercato che velocizzeremo questo processo.

 

Uno sguardo più ampio

Fare attivismo di questo tipo in occidente non è ideologicamente sbagliato, è anacronistico: la maggior parte delle emissioni proviene ormai dai paesi in via di sviluppo, i quali  presumibilmente adotteranno le nostre stesse tecnologie in tempi relativamente rapidi, se gli sarà concesso di modernizzarsi e di crescere in modo armonioso, liberi da istituzioni politiche estrattive che hanno invece interesse a soggiogare e sfruttare i propri cittadini.

Articoli consigliati

Inizia a scrivere e premi Enter per cercare