Oscar Giannino: quando l’opinione diventa una colpa.

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“Leggete e dite: che senso ha? Sono io da condannare? Diffamo chi in Rai lavora se dico che è lottizzata? Ma stiamo scherzando? No, è l’amara realtà. Che per me oggi ha un impatto grave, molto grave.” Queste, le parole scritte, nel post di Facebook del 10 Aprile, da Oscar Giannino.

Probabilmente lo avrete già sentito. Nel 2013 si presentò alle elezioni come capo di “Fare per fermare il declino”, una piccola lista composta soprattuto da importanti economisti di orientamento liberale.

Durante la campagna però, si scoprì che la laurea che Giannino sosteneva di aver conseguito all’università di Chicago risultò falsa e lo rivelò, causando un grande scandalo in tutto il paese.

Oggi però è emerso un nuovo scandalo che coinvolge Oscar Giannino.

In realtà l’episodio risale al febbraio del 2008, quando il giornalista scrisse un articolo nella testata giornalistica “Libero Mercato”- di cui era direttore – nel quale descrisse un documento riservato della Rai.

Nell’articolo in questione Giannino fece notare come “di 900 nomi di dirigenti tra società e controllate, oltre 900 si presentavano rossi o blu a seconda del padrinaggio politico, e solo meno di 1 su 3 era verde cioè non politicizzato.”

Naturalmente lo scopo dell’articolo era di dimostrare come all’interno della Rai si scegliesse guardando ai partiti e alla politica, a scapito della valenza e capacità dell’individuo, ergo: occorrerebbe che l’azienda fosse privatizzata.

In tutto ciò, però, – dettaglio importante- nessun nome dei 900 fu divulgato nell’articolo.

La pubblicazione tendeva semplicemente a criticare il sistema di criteri e giudizi con il quale venivano scelti i dipendenti. Non c’era nessuno scopo diffamatorio.

Ebbene, il 4 marzo 2019, dopo più di dieci anni dalla diffusione dell’articolo, Oscar Giannino, per effetto della decisione del giudice civile favorevole alla richiesta avanzata da numerosi dirigenti RAI, viene condannato a ben 144 342 euro di pignoramento. 

L’articolo citato pubblicato da Oscar nel 2008. Trovate le immagini nel post Facebook del giornalista.

No, non è un errore. Solamente per avere espresso la propria opinione riguardo la politicizzazione della RAI, Oscar si ritroverà a pagare ben -lo scrivo in lettere per confermare – centoquarantaquattromila euro.

Tutto ciò per confermare un labile presentimento che ormai in Italia si avverte da decenni. La libertà di parola si, ma sino ad un certo punto. Che vale intraprendere la carriera di giornalista, scrittore, divulgatore o politico se poi certi temi non si possono toccare poiché tenuti sotto controllo dalla politica?

La falsa libertà in Italia ha sempre fatto da padrone. Dal fascismo ad oggi si può criticare tutto purché non si tocchino certi tasti, che di certo, comodo non fanno.

A differenza dell’epoca di Mussolini, oggi però non ce ne rendiamo conto, rischiando di trovar soppressa da un giorno all’altro la nostra libertà d’opinione e d’espressione.

Notizie del genere non possono passare inosservate. Ci si ritrova davanti un giornalista, che pur con i suoi errori che egli stesso ha ammesso, ritrova un pignoramento di 144 mila euro semplicemente per aver espresso la propria opinione.

Secondo la RAI e il giudice civile, l’articolo causerebbe danni di credibilità e professionalità ai dirigenti. Ma dove? Dove sono nomi e cognomi, e dove le accuse e calunnie? 

Come al solito il cavallo di troia irrompe, chiedendo la difesa dei propri diritti, quando in realtà li si vuole negare a qualcun altro.

Non a caso, infatti, l’Italia ha uno dei tassi di libertà di stampa più bassi di tutta l’Unione Europea, classificandosi al 46esimo posto della comunità globale.

La percentuale della libertà di stampa italiana è del 70%. Viene considerato come un paese “mediamente libero”.

Italiani sveglia. Abbiamo combattuto con ferro, fiamme e sangue di nostri concittadini per ottenere la libertà di parola, e oggi, poiché non si vuole ammettere che, come al solito, le aziende pubbliche controllate dalla politica causano più danno che bene, la stiamo perdendo.

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