Perché in Italia i comuni non falliscono?

In Attualità, Economia, Politica

La notizia è fresca[1]: il governo ha deciso di intervenire a salvezza di Roma, dicendosi disponibile ad addossarsi i debiti del comune a partire dal 2021. Non che sia una novità[2], o tantomeno l’unico caso[3]; lo Stato italiano ha una lunga tradizione di interventi a tutela di comuni falliti. E, per essere chiari, la ragione di questi interventi non è solo la convenienza politica di togliere dagli impicci i propri compagni di partito (anche se questo motivo esiste, ovvio); a livello più profondo, deriva dalla concezione dello Stato presente in questo Paese e nella sua classe dirigente.

In Italia gli enti locali sono ancora visti come branche dello Stato centrale, che se ne serve per controllare meglio il territorio ed i cittadini. Anche quando concede, come nel caso delle Regioni, un certo grado di autonomia di spesa e decisione, mantiene comunque il diritto di intervenire sulla maggior parte delle materie su cui ha, a malincuore, ceduto il potere[4]; e non si sogna minimamente di creare un vero sistema decentrato, con poteri amministrativi e decisionali esclusi dagli ambiti più importanti.

I comuni soffrono in particolare questa situazione, perché da un lato ricevono sempre meno soldi dallo Stato (e non hanno sufficiente autonomia per procurarsi altri fondi) mentre dall’altro devono garantire una serie di servizi che i loro cittadini (ed elettori…) si aspettano.

Il risultato è che molti finiscono soffocati di debiti; e a quel punto interviene lo Stato con i suoi commissari e i suoi lunghi e complessi piani di rientro – che ovviamente non funzionano mai. La città finisce così per attraversare una crisi finanziaria dietro l’altra e rimane in uno stato di sovranità limitata per anni, a volte decenni.

Il punto è che ad essere sbagliata è proprio la concezione dello Stato che ha la nostra classe dirigente.

Il comune non dovrebbe essere visto come un organo dello Stato centrale, a cui si distribuisce denaro dall’alto per poi salvarlo quando le cose vanno male. Così non si crea una cultura della responsabilità, né presso gli amministratori locali né presso i cittadini; è solo un modo per mantenere il predominio del governo centrale e della sua classe di burocrati e politici.

Il comune dovrebbe invece essere un singolo ente autonomo, che si auto-finanzia presso i suoi residenti ed è responsabile di fronte a loro della sua condotta finanziaria. Se un ente del genere fallisce, a pagarne le spese saranno i suoi residenti, e solo loro; e non perché li si debba punire; ma perché solo commettendo errori e vedendone le conseguenze gli individui possono capire dove hanno sbagliato ed effettuare scelte migliori.

Del resto, non vediamola solo negativamente: un comune autonomo e ben amministrato potrebbe fornire servizi migliori ai cittadini – o addirittura abbassare le loro tasse!

I fallimenti sono importanti sia per un individuo che per un sistema (politico ed economico): permettono di individuare gli errori e di migliorare la qualità delle decisioni successive. Per quale ragione i comuni non dovrebbero poter fallire?

 

 

[1] Fonte: https://quifinanza.it/finanza/governo-paga-debiti-di-roma/267699/

[2] Dal 2009 l’enorme debito accumulato dalla capitale viene pagato al 60% con fondi prelevati dalla contabilità nazionale – soldi di tutti gli italiani dunque.
Fonte: https://www.nextquotidiano.it/debito-di-roma-chi-paga/

[3] Ad esempio Catania, nel 2008, cfr: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/politica/cavaliere-salva-catania/cavaliere-salva-catania/cavaliere-salva-catania.html

[4] Per come funziona il sistema delle competenze “condivise” e “residuali” fra Stato e Regioni, cfr: https://it.wikipedia.org/wiki/Potest%C3%A0_legislativa_in_Italia

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