Una nuova primavera cinese

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Hong Kong, la capitale finanziaria dell’Estremo Oriente, brucia. Arde di un fuoco sacro che si diffonde per le sue strade come fossero bagnate di benzina e quel fuoco si chiama libertà. In realtà non si tratta di breaking news, sono mesi -la prima marcia dimostrativa risale al 31 marzo del 2019- che la città è in fibrillazione, eppure siamo ancora lontani da una soluzione.

Hong Kong, pur trovandosi dal 1997 sotto la sovranità della Repubblica Popolare Cinese, gode di un sistema amministrativo ed economico sostanzialmente separato a causa del lungo (oltre centocinquant’anni) dominio coloniale britannico.

Quando infatti, verso la fine degli anni Settanta, Margaret Thatcher e Deng Xiaoping si sedettero ad un tavolo per raggiungere un accordo sulla situazione dell’isola, il primo ministro britannico espresse i suoi dubbi: come sarebbe stato possibile inserire una città del genere -basata sulla common law, fortemente capitalistica ed occidentalizzata- nel quadro economico politico del “socialismo con caratteristiche cinesi” improntato da Deng?

Al dubbio, evidentemente più che legittimo, il leader cinese rispose con la dottrina di “un paese, due sistemi”. In sostanza, nonostante si riaffermi la sovranità della Repubblica Popolare su tutto il territorio cinese, fino al 2047 viene concessa un’ampissima libertà amministrativa ed economica alla regione

Questa decisione ha permesso ad Hong Kong di continuare la sua corsa insieme alle tigri asiatiche, forgiando la sua fortuna sui principi del capitalismo e della libertà. Non è però tutto oro ciò che luccica: l’autonomia garantita alla piccola isola è minacciata dall’ombra incombente della superpotenza mondiale a cui rimette la difesa militare e le relazioni internazionali.

La miccia è stata accesa da una proposta di legge del governo autonomo della città, il Fugitive Offenders and Mutual Legal Assistance in Criminal Matters Legislation Bill, che avrebbe concesso al direttivo di Hong Kong di estradare verso la Cina. Questa legge fa sorgere due problemi: in primis, mette a rischio la natura di libera piazza di scambi della città, permettendo alla polizia di arrestare chiunque sia inviso a Pechino, mettendone in discussione uno dei suoi principi fondamentali e pilastro del successo economico; altresì, c’è una questione di stampo umanitario, poiché estradare verso la RPC significa mettere questi individui nelle mani di un sistema giudiziario pilotato dal Partito Comunista.

La legge sull’estradizione ha messo in agitazione i cittadini, che vedono improvvisamente sparire uno dei principi cardine de “un paese, due sistemi” -il sistema giuridico- nella cornice di un progressivo restringimento delle libertà individuali (come parte del percorso di unificazione legislativo ed amministrativo previsto per il 2047). Il ritiro della proposta da parte della Chief Executive della città non è stato sufficiente per calmare gli animi e la situazione ha continuato ad andare avanti verso un’escalation.

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Le proteste in piazza sono continuate e si sono fatte via via più violente, sfociando in scontri con la polizia ed addirittura con membri della Triade (la mafia cinese, ndr.), arruolati -secondo i leader dei manifestanti- dalla Cina per intervenire senza l’utilizzo dell’esercito.

Evidentemente, ci troviamo di fronte ad uno scontro che va ben oltre le problematiche del singolo disegno di legge: i cittadini di Hong Kong stanno ormai apertamente protestando contro quel lento ma inesorabile processo di assimilazione della città in un sistema del tutto alieno ed ostile come quello cinese. Arrendervisi significherebbe rinunciare al diritto ad un giusto processo, a molti diritti democratici, libertà individuali e -soprattutto- a molte libertà economiche.

Ogni weekend, da settimane, si combatte una battaglia per i diritti democratici. Dal 9 giugno al 6 agosto sono stati arrestati oltre 500 manifestanti ed il rischio di un intervento armato da parte della guarnigione cinese d’istanza sull’isola si fa via via più concreta -nonostante secondo i trattati sia il governatore cittadino a doverne richiedere l’intervento.

Lunedì scorso, il 6 di agosto, gli scontri sono continuati sempre più violenti da entrambi i lati e si stima che fino ad un milione di cittadini siano scesi in piazza per protestare, raggiungendo l’impressionante soglia di un abitante su sei.

Quanto siamo lontani da una seconda Tienanmen?

Dall’altra parte della barricata, il portavoce dell’ufficio cinese sulle autonomie di Hong Kong e Macao ha ribadito la volontà di lasciar agire la polizia dell’isola -assicurandone quindi l’autonomia- per poi porre alcuni paletti. In primis, il governo cinese non può accettare che sia messa in discussione la sicurezza nazionale, un modo molto vago per riferirsi alla situazione e che, di fatto, mette in discussione di nuovo l’autonomia di Hong Kong nella gestione della crisi.

In secondo luogo, non sono ammesse sfide al governo di Pechino -anche qui, quanto stanno sfidando il governo centrale i manifestanti? Dov’è il limite?- ed, infine, non sarà tollerato l’utilizzo di Hong Kong come base per minare la stabilità del paese.

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Questa di Hong Kong è la prima vera sfida che Xi Jinping si trova ad affrontare da quando è presidente della RPC. Da un lato, è bene notare come Xi Jinping sia il leader cinese più potente dai tempi di Mao Zedong grazie alla concentrazione delle cariche che è riuscito a portare a termine -arrivando anche ad abolire il vincolo dei due mandati- ma, d’altro canto, dobbiamo considerare che i fatti di Hong Kong si stanno configurando come una lotta di principi, a differenza di quelli avvenuti nel 2014 per il suffragio universale, ed è plausibile che non si possano sedare semplicemente con qualche concessione sparsa. 

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