L’Individualista felice

In Attualità, Filosofia, Società, Storia

Il riconoscimento e la garanzia del diritto alla “ricerca della felicità”, formula esclusiva della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, sono in realtà elementi impliciti di qualsiasi ragionamento politico. Felicità in America e felicità in Europa, però, per forza di cose non sono state immaginate allo stesso modo.

Un’America fatta dai mercanti per i mercanti prevedeva sin da subito l’adesione ad un modello sociale che ponesse al centro l’individualismo, senza un costante scontro con un opprimente nemico collettivista che l’Europa, al contrario, ha dovuto affrontare.

I principi liberaldemocratici contemporanei, frutto delle risposte politiche ad un traumatico evento come la Seconda Guerra Mondiale e all’oppressione nazionalsocialista, avevano il compito di lasciare alle spalle rovina, miseria e tristezza.

L’Occidente si raccolse intorno agli Stati Uniti ed al loro fondamento democratico e liberale che la loro moderna repubblica rappresentava allora da nemmeno due secoli. Nell’Europa che guardava ad Ovest si ritenne che fosse quella la strada per la felicità.

Tanto il ruolo di Paese sconfitto quanto quello di realtà geopoliticamente strategica resero l’Italia scenario di ulteriori complicazioni. I filo-occidentali, sostenuti dalla Chiesa e dall’impresa, dovevano fare i conti coi gruppi delle sinistre, sostenuti dai sovietici.

Se, formalmente, la Storia indica le elezioni del 18 di Aprile 1948 come il momento in cui l’Italia decise di schierarsi con l’Occidente, la scelta fu in realtà maturata nel triennio precedente, quando nel triplo ruolo di Governatore della Banca d’Italia, Vice Presidente del Consiglio e Ministro del Bilancio, Luigi Einaudi poté guidare con determinazione l’economia del Paese, grazie all’alleato Alcide De Gasperi, permettendosi un controllo pressoché totale delle leve fiscali e monetarie dello Stato.

Oltre ad un fiero ottimismo ed una costante fiducia negli italiani, Einaudi esprimeva una forte convinzione nella ricetta liberale per l’economia che l’Occidente intendeva rappresentare. Le sue “prediche” notoriamente definite “inutili” non erano, a suo giudizio, tali per via del fatto che rischiassero d’essere ignorate; era certo, invece, del fatto che nessuna comunità avrebbe potuto fare a meno della strada liberista ed in particolar modo dei suoi ideali di fondo per creare e tutelare il benessere. Di qui l’inutilità delle prediche ed il suo diffuso appello alla fiducia ed alla felicità rivolto nei suoi scritti ai liberisti del suo tempo e del futuro.

Questa felicità caratterizzò Einaudi sia nello spirito, sia nel tempo: la situazione politica gli presentò un’occasione d’oro per giustificare il suo ottimismo.

In qualità di co-autori di quello che fu il miracolo economico italiano, poté contare su due acerrimi rivali che avevano preso atto della necessità di seguire la Linea Einaudi in economia per far ripartire il Paese: il Presidente di Confindustria Angelo Costa e il leader del sindacato Giuseppe Di Vittorio.

Costa, chiamato a farsi carico di ciò che restava dell’imprenditoria italiana dopo la fine della Guerra, rappresentava una parte sociale temporaneamente orfana delle oligarchie vicine al fascismo, forzate dagli USA ad un processo di normalizzazione nei rapporti con la piccola e media impresa.

Conseguentemente, Costa si ritrovò maggiormente libero di agire senza neanche venir meno alla naturale necessità di Confindustria di provare a limitare attraverso lo Stato il proprio rischio – e conseguentemente opponendosi ad una ligia osservanza delle regole capitaliste – favorendo, quindi, un lavoro “di sistema per il sistema”.

Di Vittorio, contadino anziché operaio (al contrario della totalità della leadership sindacale del tempo), nutriva un sincero interesse per il benessere non della classe lavoratrice ma di ciascun lavoratore e di ciascuno dei diseredati contadini del suo Meridione: era infatti individualista per vocazione.

Seppe controllare nel suo lavoro la pressione della sinistra alla quale pur apparteneva con determinazione nonostante i continui contrasti, economici e politici, coi vertici comunisti e socialisti.

Testimone della collaborazione tra questi individualisti fu Indro Montanelli, il quale ebbe modo di riportare che Costa e Di Vittorio organizzassero appuntamenti in giro per l’Italia in luoghi relativamente vicini, per potersene poi tornare a Roma in treno, nello stesso vagone letto, dove coi loro assistenti si riunivano a trovare accordi di ogni tipo.

Questo poiché intenzionati a seguire con convinzione il disegno di Luigi Einaudi, il nostro individualista felice.

Felice per l’opportunità di costruire un ambiente prospero e promettente, che fu come manna dal cielo per “un popolo lavoratore di 47 milioni” (come presentò gli italiani De Gasperi nel suo discorso alla Conferenza di Pace di Parigi).

Entro la fine del suo settennato al Quirinale, Einaudi vide il suo disegno all’opera; questo proseguì stabilmente fino alle crisi petrolifere degli anni ’70, quando la risposta ai problemi economici si discostò bruscamente dalla moderazione in favore di un abuso generale di matrice consociativa dello Stato sociale.

Quest’ultimo, per lo stesso Einaudi, rappresentava un elemento complementare al liberismo per una sana economia, ma sempre in virtù di una responsabilità che impedisse la sostituzione dell’individualismo col suo opposto diametrale: l’egoismo.

Rimane sempre attuale, però, nello studio del mondo globalizzato, il pensiero di Einaudi; non solo nella validità dei suoi principi individualisti, ma anche nell’eternità del valore ad essi strumentale del suo ottimismo. Come un fiume, il liberismo continuerà a scorrere nonostante gli ostacoli che proveranno ad essergli opposti. Ma la sua precisione sarà una felice stella polare verso la quale guardare con fiducia: per chi saprà farlo, ci sarà un futuro.

Articoli consigliati

Inizia a scrivere e premi Enter per cercare