Regolamentare i pasti, in nome dell’uguaglianza

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Ci risiamo: anno 2019, l’odissea socialista avanza in Italia.
Immagino che per più scettici possa sembrare un folle a pronunciare tali parole, ma la ragione di esse è molto semplice: non sono altro che la verità.

L’Italia rispecchia a pieno l’identità dello Stato socialista: burocratico, inefficiente, debole sulla scena internazionale, con un’imposizione fiscale eccessiva e un, ancor più mostruosa, clientelare e distruttiva, spesa pubblica.

Il tutto fondato su matrice liberticida, c’est-à-dire sulla soppressione della libertà individuale, e delle sue libertà, volta all’omologazione di massa verso la mediocrità e la sudditanza allo Stato centrale e le sue istituzioni.

Noi liberali ci opponiamo a tutto ciò e per farlo, dobbiamo conoscere a fondo il valore della libertà, senza lasciar mai nulla al caso, specie se si parla di bambini e del loro sviluppo.

Infatti, martedì scorso le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che un bambino non può portarsi il pranzo da casa durante la scuola. Che c’è di strano?

Nulla in prima battuta, poiché da un’iniziale lettura della sentenza sembrerebbe che si tratta di una decisione volta a garantire le condizioni igenico-sanitarie e la salute dei bambini; peccato che questo sia un misero puntino di luce in quel Mar Rosso d’inchiostro che è la decisione dei giudici.

Perché? Ricostruiamo rapidamente la vicenda.

Tutto nasce a Torino, quando 58 genitori hanno iniziato a protestare per il costo eccessivo del servizio mensa e la scarsa qualità del cibo che esso offriva, il che non mi desta scalpore visto i molteplici rapporti nazionali su tali criticità (e sugli sprechi), mentre a livello locale ho visto e ascoltato – dagli stessi bambini interessati – ­storie che farebbero incollerire anche madre Teresa.

Pertanto, la vicenda finì nelle aule giudiziarie con la Corte d’Appello che – nel dare ragione ai glenitori – ordinò al Comune e al MIUR di predisporre un apposito servizio di ristorazione per consentire il pranzo al sacco, tant’è vero che lo stesso Ministero – nel marzo del 2017 – aveva emanato una circolare in materia per far fronte al crescente caos generato dai comitati dei genitori (pro e contro) e dalle continue schermaglie giudiziarie.

Tuttavia, la sentenza della Suprema Corte ha “rebaltà la tola” come diciamo in Veneto.

Infatti, secondo le Sezioni Unite non esisterebbe il diritto soggettivo a mangiare il pranzo al sacco durante l’orario di mensa e nei locali scolastici, bensì che:

– la scuola è un luogo ove si sviluppa la personalità dei singoli alunni e si valorizzano le diversi-tà individuali, nel rispetto degli interessi degli altri alunni e della comunità.

– nella nozione di istruzione non vi è solo l’attività di insegnamento, ma anche i momenti formativi derivanti dallo svolgimento di altre attività didattiche, tra le quali vi è proprio il pasto;

– la mensa non ha solo funzione educativa, ma anche di socializzazione e uguaglianza nell’ambito del progetto formativo comune, cioè contribuisce a rafforzare lo spirito di gruppo e ad accrescere l’integrazione sociale.

Ora, ammetto di essere più o meno concorde fino al secondo punto, ma l’ultimo punto mi perplime vista la dichiarazione post-sentenza di Cristina Giachi, vicensindaco di Firenze e presidente della commissione istruzione dell’ANCI:
“la mensa […] è un servizio che ha una funzione educativa, ma anche di socializzazione e di uguaglianza nell’ambito di un progetto formativo comune.”

Non so voi, ma a me sono venuti i crampi allo stomaco.
Infatti, dal combinato disposto di sentenza e dichiarazione, emergerebbe che la nostra istruzione – a detta degli Ermellini e della sinistra – ha come obiettivo e valore l’eguaglianza. Tradotto?

Usando le parole del professor Campi su tale vicenda, saremmo di fronte all’ennesima – inammissibile aggiungo io – confusione tra eguaglianza come opportunità di accesso e eguaglianza come condizione sociale garantita e imposta dall’alto.

Che vuol dire? Che si confonde la possibilità di fare qualcosa con l’obbligo di doverla sostenere, e la Cassazione, ha dunque preso una chiarissima decisione politica: l’eguaglianza prevarica, per non dire distrugge e annichilisce, la libertà, col pasto da casa che rappresenterebbe una gravissima minaccia al progetto formativo egualitario dello Stato.

Quindi, diamo via al giro di valzer come sono solito dire: la scuola che è definita luogo ove consentire una libera formazione della personalità e delle capacità dell’individuo, nel rispetto del NAP, sarebbe minacciata dalla libertà di voler mangiare un semplice pasto cucinato a casa, il tutto nel nome di una qualche sedicente finalità egualitaria.

E allora la questione è: non sentite puzza di incoerenza? Dove diavolo sarebbe suddetta minaccia?

In forza di quale autorità un giudice può dire a priori, anzi decidere a priori, quale sia il giudizio dei bambini sui loro compagni che decidono di non mangiare il cibo della mensa?

E su quali basi tale scelta – come emerge de facto dalla sentenza – mascherata da libera scelta, sarebbe invece un indice manifesto della debolezza economica delle famiglie?

Se un pasto è adeguato in termini nutrizionali e viene preparato nel rispetto delle condizioni ige-nico-sanitarie, perché allora devo costringere i bambini – e le loro famiglie – a usufruire di un servizio da loro giudicano esoso e gravemente inadeguato per loro?

È mai possibile che lo Stato – dopo averlo massacrato col furto fiscale – debba sempre mettere bocca su come le famiglie possano spendere il proprio reddito, nonostante le decisioni prese non siano lesive di alcuna libertà, individuale o collettiva che sia?

D’altronde, serissimi sono i miei dubbi sull’efficacia stessa di tale decisione.
In che modo l’imposizione di mangiare lo stesso pasto (magari schifoso) favorirebbe la socializzazione tra individui? Cos’è?

Li uniamo nell’odio per il cibo e nel conseguente danno alla loro salute?
E il tutto solo per finanziare l’impresa erogatrice che se avesse aperto un ristorante in egual modo sarebbe già stata spazzata via dal mercato?

Qui non vi è nulla di liberale, nulla che tuteli le libertà individuali e il loro sviluppo, ma bensì solo e soltanto la manifesta linea di fondo dello Stato socialista di regolamentare qualsiasi comportamento dell’individuo, incastrandolo nella burocrazia e nella mediocrità del conformismo.

De facto, che insegnamento si dà ai bambini con tale imposizione?
Qualcuno me lo spieghi, perché io non mi capacito di come ciò possa sviluppare valori come il rispetto delle altrui libertà o la condivisione.

In conclusione, vi è un solo aspetto positivo in tutto ciò: la Suprema Corte ha riconosciuto che la decisione in materia è comunque competenza delle scuole, quindi vi è ancora spazio d’accordo tra queste e le famiglie.

Tuttavia, è comunque palese la gravità della situazione; il nostro Paese – già schiavo del burocratico leviatano e della becera ignoranza dell’italiota medio – è oggetto di un grave cambiamento, come ha detto Violante qualche giorno fa:
“stiamo passando a un sistema di common law, dove al diritto legislativo si sostituisce quello giurisprudenziale: i diritti dei cittadini non dipendono più dalla legge del Parlamento, ma dalle sentenze dei giudici
il che vuol dire che il diritto, esercitato con fini distorsivi, si sostituisce a una politica rea di non adempiere alle sue funzioni.

De facto, sono ormai noti da decenni i rischi di una magistratura politicizzata e l’inadeguatezza della produzione legislativa, ma d’altrocanto qui in Italia ci si sveglia – forse – soltanto quando si è già verificato il danno; il tempo è galantuomo, ma da liberale ritengo ormai insoppor tabile il peso della rossa italica chimera, specie se di mezzo vi finiscono i bambini, il loro sviluppo e le loro famiglie.

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