Si potrà evitare l’aumento IVA?

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Dall’inizio della crisi di governo il rimpallo principale è sull’aumento IVA, una misura decisamente impopolare, specie per un governo che ha preso come cavallo di battaglia la riduzione delle tasse.

Da cosa deriva questa possibilità di aumento? E perché, purtroppo, è quasi certamente inevitabile? In questo articolo faremo chiarezza.

La storia delle clausole di salvaguardia

Nel 2011 Silvio Berlusconi, in piena crisi, decise di applicare una particolare misura per far quadrare i conti: Stabilire l’aumento automatico dell’IVA qualora il governo non fosse stato in grado di finanziare la manovra. Per fare un paragone con la vita quotidiana è come dire “ristrutturo la cucina ma se non riesco a pagarla vendo automaticamente l’auto”, solo fatto coi soldi degli altri.

E infatti l’IVA passò al 21% nel 2011 e all’attuale 22% nel 2013, sotto il governo Monti. Ciò nonostante le clausole sono sempre state rinnovate e ogni anno, fino al 2019, sono state “neutralizzate”, ossia si è finanziata la manovra con soldi ricavati da aumenti nell’esazione o da tagli alla spesa. L’Europa, inoltre, riconoscendo un trend positivo, ha permesso un certo uso dell’indebitamento.

Perché l’IVA quasi sicuramente aumenterà

Purtroppo le cose, nel 2019, sono cambiate: si è prodotta infatti una manovra fortemente costosa, con misure come quota 100 e Reddito di Cittadinanza e fino alla crisi si parlava di finanziare anche la flat tax (che in realtà non è una flat tax). L’Europa, valutata la scarsa crescita dell’anno, ha richiesto di conseguenza di ridurre l’indebitamento. Posto che indebitarsi non è sbagliato perché lo dice l’Europa ma perché, se fatto senza criterio, è sbagliato di principio; ciò rende doveroso, se si vuole far quadrare il bilancio, usare i soldi degli italiani, ossia o tagliare le spese o aumentare le imposte.

E questa era la proposta pre crisi: tagli alle detrazioni fiscali, alle esenzioni e alle politiche sociali.

Adesso le cose cambieranno: i sondaggi preannunciano una vittoria quasi certa per la coalizione guidata da Salvini, una coalizione che propone di ridurre le entrate dello Stato, ad esempio non aumentando l’IVA, abolendo le accise o implementando una flat tax.

Tutto bello? No, perché dall’altro lato questa coalizione vuole introdurre misure fortemente costose ad esempio l’abolizione della Fornero (a tal fine vi consiglio di leggere la nostra proposta sulle pensioni). E, inoltre, i consiglieri economici, Borghi in primis, hanno una visione quasi divina dello Stato, che sarebbe capace di salvare l’economia, al pari di Nostro Signore, dicendo una sola parola. Ma, in effetti, dal partito che voleva nazionalizzare i marchi storici non possiamo aspettarci chissà quale attenzione alla libertà economica.

Qualunque casalinga, come diceva la Thatcher, capisce che per fare quadrare il bilancio devi avere uscite al massimo pari con le entrate, ciò che si chiama pareggio di bilancio. Gli Stati raramente riescono a farlo, e infatti molti hanno un debito: non avere un debito rilevante è un’eccezione per piccoli Stati che hanno enorme ricchezza per ragioni fiscali o naturali come il Liechtenstein o Macao.

Ma se un debito contenuto può anche essere sostenibile e positivo sul lungo termine non lo è il debito permanente e permanentemente in crescita, perché alla fine il debito va pagato, e nel caso dei titoli pluriennali bisogna anche pagarci sopra gli interessi periodici. E questi interessi si pagano o imponendo nuove tasse o facendo nuovo debito. Rischia, alla fine, di diventare un circolo vizioso e una perdita di sovranità, dato che l’interesse del debito lo decide chi lo compera – i famosi mercati cattivoni – e non un burocrate romano dal proprio ufficio.

E, soprattutto, se non rispetti le quote di deficit l’Europa non la prende bene (tant’è che il governo Conte ha dovuto fare una manovra correttiva da 8 miliardi nel silenzio mediatico) ma soprattutto i mercati tenderanno a fidarsi meno e a chiedere interessi più alti. Ciò si traduce, in sostanza, con l’aumento dello spread che tanto si sente in TV:

Quindi, nel momento in cui aumenti la tua spesa riducendo le entrate è ovvio che tu debba trovare altre fonti di denaro: una parte arriva dall’indebitamento, e il resto?

Beh, dall’aumento IVA. Ossia dalle clausole di salvaguardia.

Non è ovviamente certo che ciò accada, basterebbe una politica di bilancio oculata – per usare un eufemismo – per evitarlo. Ma se il Salvini che abbiamo sentito per l’anno e due mesi di governo sarà quello che governerà, ossia quello che vuole uno Stato praticamente onnipresente e che ti manda in pensione a 62 anni mentre ti chiede poco o nulla di tasse in cambio, beh, ho una pessima notizia per i nostri conti pubblici e per i nostri portafogli.

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