Amatrice 2019: lo stato fa più danni del terremoto

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24/08/16. 26/10/16. 30/10/16. 18/01/17.
Queste sono le 4 date del terremoto del Centro Italia: 4 giorni segnati da 303 morti, centinaia di feriti, oltre 41 mila sfollati e da un’ondata di distruzione che ha colpito 131 comuni in 4 regioni.


Sono passati 3 anni dalla prima scossa e, dopo tutto questo tempo, è giunta l’ora di prendere coscienza della verità: quel Kraken che definiamo Stato, può causare più morte e distruzione di un terremoto.


In questi 3 anni si sono succeduti 3 governi e 3 commissari straordinari per la ricostruzione, si è vista l’apertura di decine di indagini della magistratura, specialmente per quegli edifici che – costruiti con i fondi dei contribuenti – si sono disintegrati come un cracker alla prima scossa.

Ma qual è l’odierna situazione? Come procede la ricostruzione? Due parole: scenario sovietico.


I 131 comuni stanno divenendo l’emblema della desertificazione imprenditoriale e abitativa, una Guernica di macerie e disperazione disegnata da quell’angelo della morte che è la burocrazia.

Dite che esagero? Ma anche no, anzi: ci sto andando pure leggero.

I dati che ci vengono forniti dalle associazioni di categoria e dagli amministratori locali sono lampanti: il sistema economico locale non riesce a ripartire, con le oltre 25 mila imprese agricole dell’area che hanno registrato un crollo delle vendite del 70% e un turismo che fatica a riprendere (mancano le stesse strutture ricettive e i luoghi di culto sono tutt’ora in fase di messa in sicurezza).

Imprese e commercianti chiudono poiché è la stessa popolazione a fuggire (la sola Amatrice ha perso il 30% della sua popolazione), in un contesto di oltre 73 mila edifici privati dichiarati inagibili e un 40% di macerie ancora da smaltire.

E ciononostante, imprenditori e cittadini vogliono riaprire le attività e tornare a vivere in questi luoghi, ma alla luce di ciò vien da chiedersi: se vi è tale volontà, perché non vi è la rinascita?


3 parole: burocrazia, burocrazia e ANCORA burocrazia.
Nel corso degli anni sono state varati sia decreti che 82 ordinanze, ma nulla di tutto questo si è rivelato adeguato. Perché? Perché – letteralmente – le direttive prese mancano di lungimiranza ed intelligibilità, una vera e propria “giungla di carta”


anzi: essa rappresenta realmente un enorme ostacolo per qualsiasi iniziativa!


Infatti, i sindaci delle aree colpite affermano – senza mezzi termini – che alla mancanza di personale,
si aggiunge la “confusione di una normativa ove le stesse norme si contrastano a vicenda” tant’è che,
di quelle 82 ordinanze, molte si rivelano essere – in sostanza – delle rettifiche alle precedenti ordinanze in oggetto.

Perché tutto questo?
Perché come riporta lo stesso Farabollini (l’odierno commissario straordinario):“ la l. 189/2016 non ha sicuramente funzionato perché non permette una ricostruzione veloce con le tempistiche che que-sto territorio richiede”. Tradotto?

Lo Stato – decidendo di non varare una legge speciale per la ricostruzione – ha schiacciato la ricostruzione nel pantano dell’ordinaria normativa nazionale e se questo di per sé strangola/vincola
qualsiasi tipologia di attività, figuriamoci cosa può fare con una ricostruzione post-terremoto.

Infatti, per farsi un’idea della situazione basta pensare all’ordine della ricostruzione: le scuole hanno
la precedenza sulle imprese e le case.

Oppure, si guardino le stesse procedure che richiedono – per esempio – l’accertamento di eventuali pre-esistenti abusi edilizi, per non parlare poi dell’infinità di vincoli e divieti che vanno dall’impossibilità di depositare le macerie private con le pubbliche, ai bandi europei per i tecnici che dovranno decidere se si potrà ricostruire e dove.

E qual è la più ovvia conseguenza di tale guazzabuglio?
I sindaci – e con loro i funzionari – hanno paura ad assumere una qualsiasi delibera in materia, poiché temono di finire sotto indagini da parte della magistratura e anche qualora si arrivasse ad avere il via libera, bisogna comunque prima passare per gli appositi uffici, ognuno dei quali chiede – in via preventiva e senza uniformità – documentazione su documentazione.


L’azione privata – di rimando – ne risulta bloccata e disincentivata, tant’è che sui 73 mila edifici vi sono a malapena qualche centinaio di cantieri effettivi, mentre le altre poche migliaia di domande presentate sono bloccate in fase d’istruttoria.


Tutto ciò impedisce la ripresa (finora i fondi privati mossi sono stati a malapena 200 mln) e attenzione: non sperate nell’azione pubblica che per definizione è inefficace e inefficiente.

Infatti, all’epoca del sisma si parlò di un fondo di 46 mld di euro per la ricostruzione, ma ad oggi ne sono stati stanziati circa 22 e concretamente, vi sono solo 80 interventi per un valore complessivo di 120 mln, il tutto in una completa assenza di visione d’insieme.

Pertanto, possiamo ahimè concludere che il sisma del Centro Italia è l’ennesima dimostrazione di cosa sia in realtà l’intervento statale: un pantano di leggi, ostacoli burocratici e menefreghismo fine a sé stesso che brucia il tessuto imprenditoriale e demografico del territorio direttamente interessato
dallo stesso.

Come dunque non ci si può definire contrari a tutto questo? Come non ci si può dire oppositori di uno Stato che ostacola a piè sospinto la libertà, schiacciando a terra chi crea ricchezza e valore, distruggendo ogni possibilità di accrescere te stesso e la tua comunità col tuo libero e legittimo agire?

E il tutto – come se già non bastasse – usando la nostra ricchezza visto che come ci ricorda St. Margaret Thatcher: “non esistono i soldi pubblici, esistono solo quelli che lo stato ci prende”


Lo Stato è un male necessario dice Popper, ma esso non è il fine ultimo, bensì uno strumento (Mises) e se questo non funziona, va allora riparato o cambiato.

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