Conte Bis: Cambia tutto per non cambiare niente

In Attualità

Il 4 settembre il Presidente Giuseppe Conte ha accettato l’incarico per guidare il suo secondo esecutivo, formato da un’alleanza tra il PD, il M5S e LeU.

Cambiano la gran parte dei ministri e relativi ruoli, cambia il programma ma, oltre al premier, non cambia un’altra cosa: lo statalismo del governo.

Il governo Conte I non si è contraddistinto per l’attenzione alla libertà economica: Ne è un esempio il decreto dignità, la volontà di implementare il salario minimo e di sequestrare le aziende storiche italiane, il decreto rider e, in generale, una volontà di voler fare più debito e spesa ma abbassando le tasse, specie evitando l’aumento dell’IVA.

E il governo Conte II è perfettamente identico: cambia qualche parolina qui e lì ma i principi sono i medesimi. Vediamo assieme il programma del nuovo governo.

Ambiente

È chiara la volontà di voler fare un “green new deal”, in sostanza delle costosissime manovre che servirebbero a salvare l’ambiente.

Personalmente mi ritengo un liberale verde, quindi ritengo importante lavorare per l’ambiente, ma non si può cambiare la realtà per decreto.

L’Italia ha, purtroppo, perso il treno della fissione nucleare. Le rinnovabili non saranno mai in grado di sostentare l’Italia, e quindi, mentre attendiamo la fusione nucleare, dobbiamo restare legati alle energie inquinanti. Possiamo sicuramente fare qualcosa ma buttare miliardi sperando che, un giorno, i pannelli solari possano coprire il fabbisogno energetico italiano è quantomeno irrealistico.

Il green new deal è, in sostanza, un’inutile manovra dirigista che probabilmente farà male all’ambiente, distogliendo risorse che le aziende potrebbero spendere in ricerca per creare i propri prodotti in modo più ecocompatibile e dandole a chi ha qualche campo incolto che verrà destinato a pannelli solari.

Autonomie

Da liberale non posso che credere che le autonomie, al pari degli individui, dovrebbero avere le medesime condizioni di partenza. Costoro vorrebbero, invece, avere l’uguaglianza del risultato per decreto.

Dopo un’iniziale condivisibile uscita di Renzi sul dare più autonomia ai comuni è stato nominato ministro per gli affari regionali Francesco Boccia, teorico di un complotto di Lombardia e Veneto che vorrebbero distruggere l’unità nazionale.

L’attenzione al Sud tanto sbandierata, semplicemente, serve a mantenere il Sud nel suo stato di sottosviluppo, che rischia di divenire permanente. Così come il Nord, nonostante lo Stato, ha trovato la propria via dovrebbe farlo il Sud. Lo statalismo ha fallito, ma vorrebbero reiterarlo. Ed è così indecente che dedicheremo un secondo capitolo a ciò.

Lavoro ed economia

Potremmo sinterizzare il programma economico con chiedere più debito all’Europa, differenziandosi dalla formula Salvini solo per la gentilezza, per fare una manovra espansiva.

In sostanza il “governo di svolta” segue completamente il “governo del cambiamento” cambiando i toni. E, mi chiedo, se il governo del cambiamento ha visto un generale peggiorare degli indici economici come pensa il governo di svolta di cambiare il tutto seguendo il medesimo programma?

Chiariamo una cosa: fare debito non è sbagliato perché lo dice Salvini. È sbagliato e basta, nelle condizioni economiche italiane.

Sul lavoro si continua essenzialmente col “piano Di Maio”: salario minimo, più regolamentazioni, tutte cose che potrebbero andare bene in un Paese con alto benessere dove magari hai la disoccupazione al 3% e con un piano del genere passa al 3,5%, ma non in Italia dove dovrebbe essere prioritario creare il lavoro prima che regolamentarlo.

Tasse

Formalmente l’obiettivo è abbassare le tasse sul lavoro, sicuramente obiettivo lodevole, ma mi chiederei come renderlo possibile valutando che si propone un aumento della spesa pubblica. Solitamente, se i politici devono scegliere tra implementare i propri programmi o abbassare un numeretto sulla busta paga, scelgono il primo.

Perla della statolatria: carcere per i grandi evasori.

Più soldi al Sud

Non solo contro l’autonomia ma pro buche di Keynes al Sud. L’idea che ha questo governo dello sviluppo è che mandando soldi qualcosa si muoverà. Eppure lo facciamo da 80 anni e non si è mossa una virgola.

Proprio in questi giorni il buon John Stossel ha pubblicato un video denominato “Lezioni dall’Africa” mostrando una realtà che a molti non piacerà: l’Africa crescerà quando si incentiverà la locale classe imprenditoriale, non mandando soldi ad libitum.

La stessa cosa vale per il Sud Italia: crescerà quando aprire un’impresa, in Italia, sarà facile come iscriversi a Facebook, non offrendo incentivi il primo anno per poi farli pagare con gli interessi dopo per mantenere un esercito di forestali che nemmeno il Canada.

Più soldi a Roma

Sarà masochismo, sarà un piacere alla Raggi, ma si parla di un capitolo Roma, perché bisogna avere una capitale vivibile.

Sinceramente, non è mia intenzione mettere autobus sul fuoco, penso che Roma debbano gestirla i romani coi propri soldi. Dopo la storia del referendum ATAC è chiaro che ai romani, alla propria città, preferiscano lo stipendio di Zio Giacinto che è in malattia da tre anni viaggiando per il mondo.

Quindi non vedo perché prendere soldi alle città virtuose per finanziare gli ignavi.

Più case popolari

Le case popolari avranno funzionato negli anni ’60, ma oggi sono problematiche.

Per prima cosa favoriscono la ghettizzazione sociale delle classi meno abbienti, per seconda cosa sono a numero chiuso, quindi se una persona prende una casa e si arricchisce continua a pagare l’affitto mentre magari, un povero resta solo e senza casa.

Piccolo aneddoto: se siete stati a Milano negli anni ’80 avrete sicuramente sentito parlare di Baggio come una zona pericolosa, tant’è che i milanesi dicevano “va minga a Bagg se te gh’heet minga coragg”. Dopo l’annessione a Milano divenne un quartiere popolare e povero e molte case popolari divennero coacervi di criminalità e degrado. Eppure oggi, dati alla mano, è un quartiere abbastanza tranquillo. Come mai?

Riqualificazione degli spazi comuni, come il Parco delle Cave, e edilizia privata che ha portato persone più ricche e, di conseguenza, più servizi di cui beneficiano tutti.

Sarebbe quindi ora di ridurre significativamente il numero delle case popolari e di aprire al mercato anche questo settore tramite un voucher casa per gli indigenti, che permetta di coprire parte dei costi di un affitto adeguato al nucleo familiare nella zona di residenza, e non di aumentarle.

In tal modo chi si arrichisce e non ha più bisogno dell’assistenza statale non “ruba” più il posto a nessuno: paga semplicemente un affitto di mercato.

Più scuola e sanità pubblica

In fin dei conti la scuola pubblica costa solo il doppio del privato, se ci impegniamo arriviamo tranquillamente al triplo.

L’unica riforma che servirebbe alla scuola è la libertà di scelta con voucher: comuni, associazioni e privati che competono per offrire l’istruzione migliore, mentre il neoministro vorrebbe la tassa sulle merendine per pagare di più i docenti.

Sulla sanità sono a favore di un sistema dove siano presenti gli enti pubblici, come descritto qui ad esempio. Tuttavia, chiariamolo, la sanità è un mercato, come ogni altra cosa, e in tal modo andrebbe vista. E mettere Speranza, unico esponente di LeU, potrebbe essere un passo contro le efficienti collaborazioni pubblico-privato in nome della sempreverde bufala della sanità italiana come quarta migliore al mondo.

Più soldi all’agricoltura e (non)tutela del Made in Italy

Pallino della politica in tutta Europa: l’agricoltura. Tant’è che il 40% del bilancio dell’UE va in agricoltura. Eppure l’agricoltura conta solo per l’1,5% del PIL europeo.

Similmente in Italia, si parla tanto di agricoltura ma conta per un misero 2% sul PIL. Nel 2009 l’OECD stimava che i contribuenti e i consumatori mondiali spendessero un miliardo al giorno per mantenere l’attuale ordine agricolo.

Se si deve fare la guerra con l’Europa la si faccia per ridurre la PAC e per spendere i soldi dei contribuenti europei meglio e non per finanziare a debito qualche dipendente pubblico in più.

Idem sul Made in Italy, dove il governo vorrebbe “accompagnare le imprese italiane che vendono all’estero”. Ma alle imprese non serve essere accompagnate da un’entità che ha il 132% del proprio PIL come debito, alle imprese servono più mercati in cui competere. Che è, di solito, l’inverso di ciò che i paladini del Made in Italy propongono.

In sintesi

La solita minestra riscaldata dello statalismo: più Stato, più debito, più dipendenza delle persone dallo Stato, più settore pubblico, più soldi per premiare l’inefficienza.

Cambieranno alcune politiche ma, al fine pratico, per chi è membro della società produttiva non cambierà proprio nulla. Sarà l’ennesimo governo statalista.

Recent Posts

Inizia a scrivere e premi Enter per cercare

armi difesa