Intervista a Tommaso Caruti, braccio manageriale del team

In Interviste, Società

Ciao Tommaso, ci racconti il tuo ruolo all’interno dell’Individualista Feroce?

Ciao a tutti. Ho iniziato a seguire la pagina dell’Individualista feroce più di un anno fa. Mi piaceva il modo apartitico di presentare il liberalismo, e soprattutto il fatto di focalizzarsi sui giovani. Gli altri gruppi facebook solitamente sono molto “intellettuali” e di nicchia.

Ho visto molto interesse ed entusiasmo ma, visto che ho studiato management, ho notato subito una carenza nella gestione. Capita molto spesso nelle piccole imprese come nelle piccole associazioni: si pensa che un prodotto, o un’idea, se è abbastanza buona, si venda da sola. Purtroppo non è così. 

Ho tenuto questi dubbi per me, perché la pagina continuava a funzionare e a produrre contenuti interessanti. Quando ho partecipato alla prima conferenza nazionale a Milano però ho avuto la conferma che ci fosse un problema di gestione. Sono arrivato, ero da solo, e nessuno mi ha accolto, nessuno si è presentato. Questo è un problema molto grave in un’associazione volontaria. Ogni persona così interessata al liberalismo e all’associazione da prendere il treno e spendere una giornata intera ad una conferenza dimostra di avere abbastanza interesse da poter essere molto utile per l’associazione stessa. Se però i membri dell’associazione non si dimostrano proattivi nell’accogliere i nuovi membri c’è il rischio che questa “voglia di fare” vada perduta.

Ne ho parlato con il presidente, Alessio Cotroneo, e gli ho presentato un piano per gestire meglio l’associazione e i nuovi membri. Sono riuscito a convincerlo dell’importanza delle mie idee e mi ha fatto diventare “direttore operativo”. In pratica, mi occupo della gestione di tutti i volontari all’interno dell’associazione e devo fare in modo che chiunque di loro possa svolgere il compito a cui è più portato. Allo stesso tempo gestisco anche la “sezione buddy”: ogni nuovo membro che vuole aiutare l’associazione viene contattato dai buddy, che lo aiuteranno ad entrare e a capire come funziona.

Come ti sei avvicinato al pensiero liberale? Cosa ha acceso la scintilla di quel modo di pensare?

Il mio percorso è stato molto travagliato. Sono nato a Genova, città rossa per motivi storici. Quando ero alle superiori partecipavo sempre alle manifestazioni studentesche, che di liberale avevano ben poco. In quel periodo mi ritenevo un comunista, o un socialista. Non avevo mai sentito parlare bene del liberalismo, ogni articolo che leggevo, ogni opinione che sentivo, partiva dal presupposto che il libero mercato è un male, o al massimo un meccanismo che può produrre qualcosa di utile ma deve essere tenuto a bada, come un cavallo che imbizzarrisce facilmente. I rischi del libero mercato erano dati per evidenti: col libero mercato le persone avrebbero perso la loro umanità e avrebbero dato importanza solo ai soldi e alla soddisfazione immediata. Non ci sarebbe stato più spazio per la tolleranza, la generosità, l’aiuto reciproco. Con il libero mercato gli individui sarebbero diventati semplicemente delle pedine in mano al mercato, disposte a lavorare tutto il giorno per comprare cose inutili.

Durante la quarta superiore un mio amico più grande, libertario, ha iniziato a mettermi la pulce nell’orecchio. Secondo lui le persone avrebbero dovuto essere libere di lavorare come meglio volevano, i datori di lavoro di assumere chi volevano e lo stipendio doveva essere deciso solo dalle parti in causa e non dallo stato. Parlava addirittura della libertà di possedere armi. Non ero affatto d’accordo, come poteva la società funzionare in maniera così diversa rispetto ad oggi? E poi, possibile che tutte le persone sagge (scrittori, giornalisti, scienziati) che ci sono in Italia si sbagliassero così tanto sul libero mercato? Eppure, piano piano, più ragionavo sulle sue idee più vedevo come fossero corrette. Sono una persona abbastanza pratica a cui piace pensare anche ai casi estremi, quindi non potevo cambiare ideologia senza prima approfondire tutti gli ambiti in cui si sarebbe potuta applicare. Per approfondire ho quindi letto vari libri, i più importanti per la mia crescita sono stati: “L’azione Umana” di Ludwig Von Mises, che spiega in maniera incredibilmente approfondita (penso che sia il libro più lungo che io abbia mai letto) i vantaggi del libero mercato e della libera scelta. L’altro libro fondamentale per me fu “Per una nuova libertà”, di Rothbard, che ha spazzato via tutti i miei dubbi sulla necessità di uno stato.

Dopo 5 anni di riflessioni e approfondimenti quindi sono passato dal comunismo al libertarismo. Mi definisco libertario, ma sono un libertario realista, firmerei subito per avere un’Italia liberale. 

Nonostante la tua giovane età, hai viaggiato molto. Hai colto qualcosa all’estero al quale il nostro paese dovrebbe ispirarsi o, al contrario, trovato una forza tutta italiana completamente assente fuori da qui?

Ho viaggiato, per l’università e per turismo, in molti paesi, soprattutto in Asia. Sono stato 6 mesi a Singapore, considerata come uno degli stati più liberisti del mondo. Ho visitato poi la Cina, la Thailandia, Hong Kong, Macau, Vietnam, India, Nepal ed Egitto, oltre a vari paesi europei. Non sono mai stato negli Stati Uniti, che forse dovrebbe essere lo stato più adatto per approfondire “sul posto” il liberalismo. 

Avendo iniziato a viaggiare quando mi consideravo già un fan della libertà ho sempre cercato di notare come i differenti regimi politici e la cultura influenzassero le persone e le loro scelte.

Ho purtroppo notato una cosa che ritengo molto importante: la libertà e la democrazia non sono comuni nel mondo. Sono molto più diffuse le dittature o comunque gli stati molto forti e non liberi. E’ difficile capire quando uno stato è libero o meno, all’osso potremmo ritenere non liberi gli stati che non hanno le elezioni, o che hanno un solo partito, o in cui comunque la stampa non è libera. La stragrande maggioranza dei territori e della popolazione mondiale purtroppo si trova in uno stato di questo genere.

Questa è una considerazione negativa, ma da italiani possiamo notare un aspetto positivo, siamo molto più liberi della media della popolazione mondiale. Possiamo parlare di libertarismo, possiamo fondare un partito, possiamo criticare i politici. Usiamo questa libertà per diffondere la libertà ancora di più.

Un altro elemento che ho notato è che la libertà spesso si trova nelle zone grigie: nel mercato nero, nelle leggi che non vengono completamente rispettate, nella corruzione a volte si creano spazi di libertà. Non bisogna essere troppo negativi nel considerare queste zone grigie. Spesso si sente dire “Se una legge è ingiusta rispettiamola ma lottiamo per cambiarla”. Giustissimo cercare di cambiarla, ma a volte la libertà nasce anche non rispettando una legge ingiusta.

La tua istruzione universitaria è a stampo manageriale, quindi ti vorrei chiedere quali, a tuo avviso, sono i punti deboli del privato italiano.

Non avendo ancora avuto molte esperienze lavorative forse non sono la persona adatta a rispondere. A pelle mi sento di rispondere che il problema principale è la mentalità corporativista di molti imprenditori: non appena un imprenditore si costruisce una posizione, che può essere una piccola impresa, un albergo, o altro, tende ad unirsi con imprenditori che svolgono un’attività simile e iniziano a chiedere ai politici di scrivere leggi a salvaguardia delle loro imprese. Queste protezioni sono dannose per i consumatori, ma anche per gli imprenditori stessi nel lungo periodo. Mentre molti imprenditori italiani sono occupati a difendere la loro categoria con la legge le imprese straniere in concorrenza si rafforzano e trovano sistemi nuovi per offrire gli stessi servizi e prodotti, arrivando poi a delle innovazioni tali che la legge non è più in grado di difenderle. Per esempio con l’arrivo di Amazon e Airbnb i negozi fisici e gli alberghi hanno scoperto di essere molto più fragili. Questa fragilità sarebbe stata ridotta con una sana concorrenza, in quanto gli stessi imprenditori sarebbero stati incentivati a cercare metodi innovativi per svolgere la propria attività.

Per utilizzare una metafora, gli imprenditori che cercano di proteggere le loro imprese con le leggi sono come i genitori che cercano di difendere i loro figli dai bambini cattivi chiudendoli in casa. Il loro figlio diventerà un disadattato non appena dovrà uscire di casa, e non può stare chiuso in casa per sempre. 

Dal tuo punto di vista, perché da qualche anno la sinistra ha tanta presa alle urne sugli imprenditori?

Non mi piace molto il termine sinistra e destra quando si parla di liberismo, poiché la destra italiana ha ben poco di liberale. Preferisco parlare di statalismo versus liberalismo. Per statalismo intendo la visione politica che ritiene fondamentale l’intervento statale per risolvere i problemi della popolazione, dell’ambiente e delle imprese.

Lo statalismo ha tanta presa alle urne sugli imprenditori, ma anche sugli altri elettori, perché gli statalisti di ogni colore hanno, nei decenni, svolto un enorme lavoro di comunicazione per legare lo stato ai concetti che ogni persona considera positivi.

La generosità viene considerata appannaggio degli statalisti e di coloro che usano lo stato per redistribuire la ricchezza. La buona volontà, l’altruismo, l’antirazzismo, l’apertura all’altro, la pace, la condivisione, la salute, la cultura, l’arte,  il rispetto dell’ambiente sono tutti concetti che sono stati politicizzati e considerati attuabili solo con un importante intervento statale in economia e nelle relazioni tra gli individui. La stessa libertà viene considerata una conseguenza dell’intervento statale. 

Dall’altro lato, tutto ciò che c’è di negativo al mondo viene descritto come conseguenza del libero mercato e degli individui liberi di agire senza un controllo statale. La violenza, la fame, l’inquinamento, l’intolleranza, il razzismo, la discriminazione bieca, la povertà, l’ignoranza, la guerra vengono tutti considerati conseguenze inevitabili del libero mercato. Il libero mercato, nonostante il nome dica esattamente l’opposto, viene invece considerato violento ed oppressivo, utilizzando termini quali “Dittatura del mercato”, “Strapotere delle multinazionali” e così via.

Con questo enorme lavoro di comunicazione sembra ovvio stare dalla parte degli statalisti: nessuno vuole essere considerato un razzista, un violento, uno sfruttatore. Nessuno vuole mostrare di essere contro la pace, l’armonia e la condivisione. 

Questo ragionamento è dato così per scontato che se inizi a parlare di libertà e di ridurre il peso dello stato si viene automaticamente visti come sfruttatori, come individui incapaci di capire che l’essere umano è debole e che “da soli” solamente i più forti ce la fanno, e gli altri muoiono di fame o di mancanza di cure. I liberali hanno quindi l’importante compito di far capire agli statalisti che non è così, che libertà significa migliori condizioni di vita, che la libertà porta alla pace, che la vera condivisione e la tolleranza può avvenire solo quando la persona è libera di scegliere.

L’Individualista Feroce ha qualche obiettivo politico o interesse nella politica? Potrebbe mai diventare una realtà che si presenta a qualche votazione o che si spinge a portavoce di un qualsivoglia referendum?

L’Individualista Feroce è una associazione liberale che lavora per un cambiamento culturale e politico in Italia. Sicuramente saremmo felici di vedere un partito liberale di successo. Nel caso ci venisse richiesto saremmo disponibilissimi ad aiutare questo partito con proposte economiche o politiche liberali. Detto questo, noi non vogliamo assolutamente diventare un partito né fare propaganda per un partito. Questo è un punto molto importante ed è il motivo principale per cui ho deciso di partecipare all’associazione, e vorrei chiarirlo:

Non vogliamo diventare un partito non perché abbiamo paura di diventare influenti, ma proprio perché vogliamo diventare molto influenti. 

L’importanza dei partiti, soprattutto dalla seconda repubblica in poi, si è incredibilmente affievolita. Un partito come il movimento 5 stelle può prendere il 33% alle politiche e poi vedersi dimezzare i voti un anno dopo alle europee. Se un partito non riesce ad arrivare a questi voti, inoltre, è ancora più ininfluente. Tutto l’impegno profuso dai membri del partito di Fare per Fermare il Declino sono stati spazzati via con un nonnulla. Tutto questo è uno spreco di risorse che non ci possiamo permettere: i liberali non sono molti e l’ideologia liberale è praticamente sconosciuta. 

Inoltre, lo statalismo è ormai diffusissimo nella popolazione, nell’imprenditoria, nel giornalismo e in tantissimi altri settori: un cambiamento politico non basta, ci vuole un cambiamento di mentalità. Bisogna prima diffondere la cultura liberale e un partito non è la piattaforma adatta per diffondere una ideologia. Chi si fiderebbe di un evento culturale organizzato da un partito? è evidente che c’è un secondo fine. Il nostro messaggio deve essere “puro” per arrivare a più persone possibili.

Questo però non ci impedirà di farci sentire, di appoggiare o contrastare referendum o di scrivere proposte politiche, tutto però senza diventare organi di propaganda di questo o quel partito. 

In millenni di storia si è dimostrato che il privato è perfettamente in grado di offrire qualsiasi tipo di servizio. Meno certa, però, è l’universalità nell’erogazione di molti di quei servizi che oggi consideriamo fondamentali per la vita di un paese (istruzione, sanità, difesa, sicurezza). In che modo una prospettiva liberale contemporanea può affrontare questo tema e quali sono i mezzi oggi a disposizione della popolazione per superare la necessità di uno Stato, come quello italiano, tanto pesante?

Purtroppo, soprattutto nell’ultimo secolo, si è sempre data più importanza allo stato. Se un bene o un servizio è importante viene considerato fondamentale che sia sotto il controllo statale. Questa è una visione che noi liberali dobbiamo combattere, e per farlo possiamo usare un esempio. Il cibo è fondamentale per l’uomo più della sanità e dell’istruzione: è il bisogno primario per eccellenza. Eppure non è considerato appannaggio dello stato ed è accettato il fatto che siano i privati a produrre il cibo. La competizione tra i produttori ha abbassato il prezzo degli alimenti e ha aumentato la qualità e la varietà degli stessi. Nei paesi ricchi ormai nessuno muore di fame e anche nei paesi poveri questo orribile destino è sempre meno comune. Nei paesi occidentali solitamente esistono misure di sussistenza nei casi di povertà estrema: lo stato, le organizzazioni religiose o di volontariato agiscono in maniera da evitare che gli elementi più deboli della società abbiano problemi a nutrirsi.

Ma non è detto che sia così, per difendere il cittadino dai biechi capitalisti che cercano solo il profitto quando vendono il cibo lo stato potrebbe iniziare a produrlo, e ad impedire la concorrenza. Conoscendo i politici e il funzionamento dello stato vi lascio immaginare i danni che procurerebbe una produzione monopolistica degli alimenti da parte dello stato. 

Dunque un liberale contemporaneo a mio parere dovrebbe proporre questo modello anche per gli altri settori quali la sanità, l’istruzione e la sicurezza (la difesa richiede un discorso a parte). Questi settori devono essere lasciati liberi in maniera che gli imprenditori più capaci trovino metodi sempre nuovi per diminuirne il prezzo e aumentarne la qualità. Una volta garantita la massima libertà di impresa possibile, se qualcuno si trova escluso dall’erogazione di questi beni, bisogna in prima battuta lasciar intervenire  gli istituti privati di beneficenza e gli altri sistemi benefici che il mercato può trovare. Solo in seconda battuta, se esistono ancora degli esclusi, si può pensare a un intervento statale.

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