Le 10 leggi fondamentali per capire l’economia

Sentiamo sempre più spesso errori economici ripetuti a volontà, a volte non sappiamo neanche dire dove sia l’errore perché basterebbe il buonsenso per capire che qualcosa non va. In questo marasma di ignoranza economica, il ruolo del liberale -soprattutto se esperto o interessato all’economia- è quello di levare le fette di prosciutto dagli occhi dei socialisti e dei sovranisti o, detto con parole più consone, strappare il velo di Maya.

Abbiamo dunque deciso di fornirvi gli strumenti per condurre i vostri dibattiti, sempre che il vostro avversario non abbassi il livello del discorso fino a “Questo lo dice Lei“:

1. Per consumare è necessario produrre

La produzione viene necessariamente prima del consumo. Per consumare qualcosa, questo qualcosa deve esistere. È impossibile consumare qualcosa che non è stato ancora creato.

Sebbene ciò sia logico e ovvio, viene ripetutamente ignorato. L’idea che il governo debba stimolare il consumo della popolazione in modo tale che lo stimolo incentivi la produzione e l’intera economia, è predominante nei media e negli ambienti accademici. È un’inversione perfetta di causa ed effetto.

I beni di consumo non cadono semplicemente dal cielo. I beni di consumo sono il risultato finale di una lunga catena che coinvolge più processi di produzione interconnessi. Questa catena è chiamata “struttura di produzione“.

Anche la produzione di un oggetto apparentemente semplice, come una matita o un toast, richiede una rete intricata di processi produttivi che necessitano tempo per essere completati e che si estendono su più paesi e continenti. (Il video della matita di Milton Friedman può spiegarlo molto bene)

Stimolare il consumo, per definizione, non può generare crescita economica.

2. Il consumo è l’obiettivo finale della produzione

Il bello di vivere in una società libera è che le persone producono -seguendo il proprio tornaconto personale- ciò che gli altri vogliono consumare. Non ha senso dal punto di vista economico produrre qualcosa che nessuno consumerà.

Pertanto, il consumo è l’obiettivo di tutte le attività economiche. E la produzione è il mezzo.

I sostenitori delle politiche governative volte a “creare posti di lavoro” violano questa ovvia idea. I programmi mirati alla creazione artificiale di posti di lavoro trasformano la produzione nell’obiettivo finale, non il consumo di questa produzione. Creare posti di lavoro artificialmente significa stimolare la produzione di qualcosa che non viene richiesto volontariamente dai consumatori.

Sono i consumatori che attribuiscono valore ai beni. Associando valore ai beni di consumo, indirettamente attribuiscono valore anche ai fattori di produzione (lavoro e macchinari) utilizzati nel processo di produzione di questi beni di consumo.

Sono quindi i consumatori a determinare il valore del lavoro, la materia prima e tutti i macchinari e le attrezzature utilizzate in tutti i processi produttivi.

Ignorare le reali esigenze del consumatore e voler creare lavori artificiali e processi produttivi che non siano in linea con i desideri dei consumatori è una misura che va contro la realtà effettiva delle cose. Oppure serve per favorire qualche produttore amico di qualche politico coi soldi dei contribuenti. Tale misura è economicamente distruttiva, poiché immobilizza il mercato del lavoro e produce beni che non vengono richiesti dalla popolazione. Ciò significa distruzione di capitale e ricchezza.

3. Niente è veramente “gratis“: tutto ha un costo

Non esistono pasti gratis. Ricevere qualcosa apparentemente gratuito significa semplicemente che c’è un’altra persona che sta pagando.

Dietro ogni università pubblica, servizi sanitari “gratuiti“, borse di studio per studenti e ogni forma di welfare si trovano le tasse delle persone che lavorano e producono.

Sebbene i contribuenti sappiano che è il governo a confiscare parte del loro reddito, non sanno a chi o dove vanno questi soldi; mentre i destinatari di questo denaro e dei servizi finanziati sanno che è il governo che è dietro a tutto ciò, ma non sanno da chi il governo ha preso quei soldi.

4. Il valore delle cose è soggettivo

Il modo in cui ogni individuo attribuisce valore ad un bene è soggettivo e varia in base alla situazione e ai gusti di questo individuo. Lo stesso bene fisico ha valori diversi per persone diverse.

L’utilità di ciascun bene è soggettiva, individuale, situazionale e marginale. Pertanto, non può esserci qualcosa come il “consumo collettivo“. Anche la temperatura di una stanza porta sensazioni diverse a ogni persona presente. La stessa partita di calcio ha diversi valori soggettivi per gli spettatori, come è facilmente evidente quando una delle squadre fa un goal.

5. È la produttività che determina i salari

La produzione di un individuo durante un certo periodo di tempo determina quanto può guadagnare durante quel periodo di tempo.

Quanto più l’individuo produce un bene o servizio volontariamente richiesto dai consumatori in un certo periodo di tempo, tanto maggiore è la sua remunerazione.

In un mercato del lavoro veramente libero, le imprese assumono manodopera aggiuntiva laddove la produttività marginale di ciascuno di questi lavoratori è superiore al loro stipendio (costo). In altre parole, ogni volta che un lavoratore aggiuntivo è in grado di generare entrate maggiori delle spese, sarà assunto.

La competizione tra le aziende aumenterà i salari fino al punto in cui equivale alla produttività.

Il potere dei sindacati può cambiare la distribuzione dei salari tra i diversi gruppi di lavoratori, ma non può aumentare il valore totale dei salari di tutti questi lavoratori. Dipendono interamente dalla produttività.

E cosa aumenta la produttività della forza lavoro? Risparmio, investimenti e accumulazione di capitale. Senza risparmi non c’è investimento. E senza investimento non c’è accumulo di capitale. Senza accumulazione di capitale non c’è maggiore produttività. E senza la maggiore produttività non c’è nessun aumento del reddito.

6. Le spese rappresentano, allo stesso tempo, entrate per alcuni e costi per altri

I keynesiani dicono che tutta la spesa genera reddito. Dimenticano che ogni spesa è anche un costo. La spesa è un costo per il compratore e un reddito per il venditore. Il reddito è uguale al costo.

Il meccanismo del moltiplicatore keynesiano del reddito dice che più spendi, più diventi ricco. Più tutti spendono, più tutti diventano ricchi. Tale logica ovviamente ignora i costi. Il moltiplicatore fiscale, per definizione, implica che i costi aumentino insieme al reddito. Se il reddito si moltiplica, anche i costi si moltiplicano. Il modello del moltiplicatore keynesiano ignora la moltiplicazione dei costi.

Gravi errori di politica economica si verificano quando le politiche governative spiegano le spese pubbliche unicamente dal punto di vista del reddito, ignorando completamente l’effetto dei costi.

Le spese, quindi, sono costi. Il moltiplicatore del reddito implica la moltiplicazione dei costi.

7. Il denaro non è ricchezza

Il valore del denaro è costituito dal tuo potere d’acquisto. Il denaro serve come strumento per fare scambi. Maggiore è il potere d’acquisto del denaro, maggiore è la sua capacità di fare scambi.

Ma il denaro, da solo, non è ricchezza. È solo un mezzo di scambio. La ricchezza è l’abbondanza di beni e servizi ed è anche un indicatore di benessere. La ricchezza di un individuo risiede, quindi, nella sua capacità di avere accesso ai beni e ai servizi che desidera.

Quando il governo crea più denaro non sta creando più ricchezza. Una nazione non può aumentare la propria ricchezza aumentando la quantità di denaro in circolazione.

Robinson Crusoe non sarebbe un penny più ricco se trovasse una miniera d’oro o una valigia piena di soldi sulla sua isola isolata dal resto del mondo.

8. Il lavoro da solo non crea valore

Il lavoro, se combinato con altri fattori di produzione (materie prime, strumenti e infrastrutture), crea prodotti. Ma il valore di questi prodotti dipende da quanto sono utili per il consumatore.

L’utilità di questo prodotto dipende dalla valutazione soggettiva fatta da ciascun individuo (vedi punto 4). Pertanto, creare posti di lavoro solo per avere più posti di lavoro è economicamente poco saggio (vedi punto 2).

Ciò che conta davvero è la creazione di valore, non quanto sia capace di produrre un individuo. Per essere utile, un prodotto o un servizio deve generare benefici per il consumatore. Il valore di un bene o servizio non è direttamente collegato allo sforzo richiesto per produrlo.

Un uomo può passare centinaia di ore a fare gelati o scavare buche, ma se nessuno assegna alcun valore a questi gelati o a queste buche – e quindi non li apprezza abbastanza da pagarli – questi prodotti non avranno alcun valore, nonostante le centinaia di ore trascorse nella loro realizzazione.

9. Il profitto è la remunerazione dell’imprenditore di successo

Nel capitalismo di libero mercato, il profitto economico è il bonus extra che un’azienda guadagna perché ha saputo allocare correttamente le scarse risorse e ha saputo soddisfare le esigenze dei consumatori.

In un’economia stazionaria in cui non si verificano cambiamenti, non ci sarebbero né profitti né perdite e tutte le società avrebbero lo stesso tasso di rendimento. In un’economia dinamica e in crescita, ci sono cambiamenti quotidiani nei desideri dei consumatori. E coloro che sono maggiormente in grado di anticipare questi cambiamenti nei desideri dei consumatori e che sanno indirizzare le scarse risorse – lavoro, materie prime e beni capitali – per soddisfare questi consumatori ne trarranno benefici economici.

Gli imprenditori capaci di anticipare le future esigenze dei consumatori raccoglieranno i più alti tassi di profitto e cresceranno. Gli imprenditori che non hanno questa capacità di anticipare i desideri dei consumatori si ridurranno fino a quando non saranno espulsi dal mercato. Questo processo viene chiamato anche “distruzione creativa“.

10. Tutte le leggi economiche sono puramente logiche e non emotive

Le leggi economiche sono aprioristiche, il che significa che non devono essere verificate in precedenza e non possono essere falsificate empiricamente. Sono anche autoevidenti, poiché si manifestano tramite le interazioni fra individui ed è giusto necessario osservare il comportamento degli stessi nella società per riconoscere queste leggi economiche.

Conclusione (o legge numero 11)

È possibile ignorare e violare le leggi fondamentali dell’economia, ma non è possibile cambiarle. Le società che comprendono e rispettano queste 10 leggi economiche – senza tentare di abrogarle – prospereranno.

Questa pagina è stata scritta da Alessio Cotroneo.

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