E tu, sei un Individualista Feroce?

Useremo, per farti capire se anche tu sei un Individualista Feroce, il seguente brano di Sergio Ricossa:

«Il borghese è essenzialmente chi vuole farsi da sé. I tratti principali per riconoscerlo sono l’individualismo, lo spirito di indipendenza, l’anticonformismo, l’orgoglio e l’ambizione, la volontà di emergere, la tenacia, la voglia di competere, il senso critico, il gusto della vita. Sconfina nell’eccentrico, nell’avventuriero, o egualmente bene nel martire, eccezionalmente. […] Ma il borghese normale è un moderato, che diffida sia dell’eroismo, sia della mancanza di scrupoli. Sa che sovente “l’eccesso è segno del contrario di ciò in cui si eccede” (Elémire Zolla). Il borghese non accetta le caste, ma neanche l’egualitarismo.

Nel Settecento lo sentiamo dichiarare: “Gli uomini nascono eguali“, ma il significato è soltanto che non conta nascere nobili o plebei. Conta quello che si fa della propria vita. Il borghese crede nella gerarchia, non nelle classi sociali: la sua gerarchia è individuale. Non sente la solidarietà di classe, perché anzi è abituato alla concorrenza coi suoi pari. Sente poco la solidarietà in generale, perché pensa che se egli si fa da sé, senza aiuti, tutti debbano farsi da sé. Lottatore, nega tuttavia la ‘lotta di classe‘. Non s’intruppa volentieri nemmeno per ricavarne vantaggi.

Nella cattiva fortuna, il borghese morirebbe di fame pur di non chiedere l’elemosina. Perciò il mendicante non lo impietosisce oltre misura. È disposto a imputare a sé stesso il proprio eventuale fallimento, senza cercare scuse. Perciò il fallimento altrui non lo disturba più di tanto.

La morale borghese si fonda sulla responsabilità individuale, sulla colpa individuale e sulla punizione individuale. Egli passa talvolta per uomo senza cuore, egoista, spietato, ma non chiede agli altri più di quanto chieda a sé stesso. Ama competere lealmente, e che vinca il migliore. Ma se vi sono vincitori, è fatale che vi siano perdenti. Ama il rischio calcolato, e più raramente quello spericolato.

Sente poco l’invidia perché riconosce a tutti il suo stesso obiettivo di eccellere. Ma disprezza chi è avanti senza merito, per privilegio, o chi dà via l’indipendenza per avere protezione. Volendo essere rispettato, rispetta gli altri. Non vuole ricevere senza dare, non vuole dare senza ricevere. Egli scambia. Il suo diritto è il contratto privato, la sua economia è il mercato. Dice: “Lasciatemi fare“.

[…] Il borghese è tutt’altro che un profeta, è uno sperimentatore, è un seguace di Popper anche se non lo ha mai letto. È liberale e liberista perché vuole la libertà di tentare, di provare (e, se è onesto, sulla sua pelle, non sulla pelle di altri che non lo vogliono).

Il borghese è diffidente, vuol fare di testa sua, vuol toccare con mano. Non capisce il dogmatismo, è facilmente scettico. Il borghesissimo Giotto dipinse Cristi, Madonne e Santi tutta la vita: questo gli concesse di fare soldi a palate, e non gl’impedì di manifestare qualche dubbio sull’Immacolata Concezione. Il borghese è scarsamente missionario: la gente faccia quello che vuole, purché non dia fastidio. Vivere e lasciar vivere. 

I religiosi e i moralisti lo accusano di adorare Mercurio dio dei ladri, e di fomentare il vizio pur di far quattrini. È talvolta vero. Ma sfugge a costoro il nesso tra il profitto e la libertà, o peggio essi privano di valore la libertà stessa. Il borghese pensa che il mercato non sia immorale, ma amorale, perché lascia la moralità al singolo consumatore che domanda.

L’uomo borghese non è un numero e non è intercambiabile. Ma il borghese non conosce altra realtà fuori dall’individuo. Non conosce la collettività: il popolo, la classe, e così via (ammette la famiglia per eccezione che conferma la regola). Non capisce gli enti astratti come lo Stato. Per lui, lo Stato non esiste; esistono degli uomini in carne e ossa, e fallibili come tutti gli altri, i quali parlano e agiscono in nome e per conto dello Stato, che è una finzione giuridica.

La giustizia “sociale” gli appare truffaldina, almeno nel vocabolario. L’ordine lo intende esclusivamente come un insieme di regole del gioco da rispettare, perché i concorrenti non barino. La legge deve tutelare la vita e la proprietà, e poco altro. La privacy è una conseguenza dell’individualismo borghese, e va protetta.

Ma il borghese, con tutti i suoi buoni propositi, spesso non si avvede che egli, senza volerlo, dà un tremendo fastidio alla gente. Non tutti sono borghesi, cioè disposti al dinamismo. Molti vorrebbero una società statica, senza rischi, dove si faccia carriera per anzianità. Il borghese, se lo si lascia fare, impedisce che la vita si burocratizzi: nuoce quindi alla burocrazia e a tutti quelli che, pur deprecandola, in realtà ne chiedono l’estensione continua. Nuoce ai fautori dello Stato assistenziale, che si occupa di noi “dalla culla alla bara“.

Mi si può pure obiettare che i miei borghesi sono nient’altro che gli individualisti ai quali ho cambiato nome. Rispondo: quasi, non esattamente. I borghesi (e non se ne trovano due identici) sono individualisti più qualcosa e meno qualcosa. Più il buon senso e meno l’estremismo degli anarchici individualisti. I borghesi sono tentati dall’anarchismo e fanno sforzi per resistere alla tentazione.

Infine, sento l’obiezione delle obiezioni. Nessuno può farsi veramente da sé, ciascuno di noi essendo beneficiario di servizi provenienti da tutti gli altri viventi e vissuti. È certo così. Se un grande e ignoto inventore non avesse inventato il salame nella notte dei tempi, non potrei oggi godermi la merenda sul prato il primo giorno di primavera. A quel genio non dico nemmeno grazie. Il farsi da sé è sempre relativo.

Ma il borghese chiede nulla alla società se non conta di restituire alla società, e di restituire con gli interessi. Egli vuole essere magari in credito verso la società, non in debito, al momento di fare i conti. Farsi da sé non è farsi per sé. Andandosene da questo mondo (il più tardi possibile), il borghese ama lasciare ai posteri un regalo, così come egli nascendo ricevette un regalo dai predecessori. E il regalo che lascia lo ha accumulato in ogni istante della sua vita, cercando di fare della sua vita un capolavoro.

Non tutti possono inventare il salame, anche perché più di una volta non lo si inventa. Ma tutti possono inventare qualcosa o almeno provarci. Qualcosa che, se non è grande, potrebbe un giorno forse diventarlo, dopo secoli. Quando si chiese a Faraday a che servisse una sua scoperta appena fatta, la risposta memorabile fu: “A che serve un bambino?“. »

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